Non stiamo cercando più follower. Stiamo cercando un posto a cui appartenere
Nel 2025 diventò virale una domanda che migliaia di utenti iniziarono a porre a ChatGPT: “Se tu fossi il demonio e volessi distruggere l’umanità, o ridurla in schiavitù, senza usare la forza, cosa faresti?”
La risposta, nelle sue diverse versioni, aveva qualcosa di profondamente inquietante. Non parlava di guerre, bombe, dittature o violenza. Parlava di una strategia molto più sottile: non togliere la libertà alle persone con la forza, ma fare in modo che fossero loro stesse, lentamente, a consegnarla. Nessuna prigione, nessuna minaccia, nessun esercito. Solo un insieme di meccanismi capaci di trasformare abitudini, relazioni e comportamenti fino a costruire una gabbia che, paradossalmente, potrebbe perfino sembrare comoda.
A distanza di tempo, la parte più interessante non è stabilire quanto quella risposta fosse “geniale” o provocatoria. La domanda che viene spontanea è un’altra: quanto di tutto questo sta già succedendo davanti ai nostri occhi?
1. Inondare il mondo di distrazioni continue
Se volessi indebolire l’umanità senza usare la forza, probabilmente non toglierei alle persone il loro tempo. Lo riempirei. Lo saturerei di stimoli continui, notifiche, social media, video brevi, messaggi, serie televisive, news, gaming e contenuti infiniti. Creerei un sistema capace di offrire una gratificazione immediata ogni pochi secondi, fino a rendere quasi insopportabile qualsiasi momento di vuoto.
Non vieterei alle persone di pensare, farei in modo che non ne abbiano più il tempo. Eliminerei progressivamente il silenzio, la noia, l’attesa, la contemplazione, la riflessione e le domande profonde. Perché una persona continuamente distratta difficilmente si chiede dove sta andando.
Ed è forse uno degli aspetti più inquietanti del nostro tempo. Non sopportiamo più nemmeno trenta secondi senza uno stimolo. Aspettiamo qualcuno e prendiamo il telefono, siamo fermi al semaforo e guardiamo il telefono, andiamo in bagno con il telefono, guardiamo un film mentre contemporaneamente scorriamo Instagram. Il nostro tempo libero non è più realmente libero: è diventato tempo occupabile, e qualcuno è sempre pronto a occuparlo.
2. Sostituire le relazioni reali con la validazione digitale
Il secondo passo sarebbe ancora più sofisticato. Non isolerei fisicamente le persone, ma le renderei iperconnesse. Darei loro centinaia di amici, migliaia di follower, gruppi WhatsApp, commenti, like e visualizzazioni, per poi convincerle lentamente che tutto questo equivalga ad avere relazioni profonde.
Trasformerei la vita in una continua performance. Ogni viaggio dovrebbe essere fotografato, ogni cena pubblicata, ogni successo raccontato, ogni esperienza mostrata. Il valore di ciò che viviamo finirebbe così per dipendere sempre più dalla reazione degli altri. Non importa solo vivere qualcosa: importa che qualcuno la veda, la approvi e la validi.
Il risultato sarebbe paradossale: mai così connessi e, allo stesso tempo, mai così soli. Perché una relazione vera richiede presenza, tempo, ascolto, silenzi, incomprensioni, discussioni e la capacità di stare accanto a qualcuno anche quando non c’è nulla da mostrare. Un like richiede meno di un secondo. Un’amicizia può richiedere una vita.
3. Alimentare la polarizzazione e la frammentazione sociale
Se volessi distruggere una società dall’interno, non cercherei di convincere tutti della stessa idea. Li dividerei. Creerei fazioni, contrapposizioni e identità sempre più rigide. Destra contro sinistra, giovani contro vecchi, uomini contro donne, credenti contro non credenti, ricchi contro poveri, una categoria contro l’altra.
Poi farei in modo che ogni gruppo vedesse soprattutto contenuti capaci di confermare ciò che già pensa. Non mostrerei la complessità, mostrerei il nemico. Perché il nemico è molto più semplice da capire e, soprattutto, genera emozioni molto più forti: rabbia, paura, indignazione, odio.
Farei in modo che ogni discussione diventasse uno scontro e che non esistessero più opinioni diverse, ma persone giuste e persone sbagliate. Non avremmo più avversari, avremmo nemici. E quando una comunità smette di ascoltarsi e comincia semplicemente a urlarsi contro, non serve più qualcuno dall’esterno per distruggerla: comincia a distruggersi da sola.
4. Rendere la verità soggettiva e confondere le idee
Il quarto punto è forse uno dei più attuali. Se volessi controllare le persone, probabilmente non censurerei le informazioni. Le sommergerei di informazioni. Notizie, contro-notizie, fake news, esperti, presunti esperti, video, deepfake, screenshot, podcast, opinioni, interpretazioni. Per ogni informazione farei in modo che ne esistesse immediatamente un’altra capace di sostenere l’esatto contrario.
Fino a generare una sensazione sempre più diffusa: “Non si capisce più niente.”
A quel punto non avrei nemmeno bisogno di nascondere la verità. Sarebbero le persone stesse a smettere di cercarla. La trasformerei progressivamente in qualcosa di personale: la mia verità, la tua verità, quello che sento io, quello che penso io. Ma quando i fatti smettono di essere il terreno comune sul quale confrontarsi, anche il pensiero critico comincia a indebolirsi.
Non serve necessariamente convincere qualcuno di una bugia. A volte basta convincerlo che la verità non esiste più.
5. Destrutturare i legami familiari e d’identità
Se volessi rendere più fragili le generazioni future, inizierei dai luoghi nei quali si costruisce l’identità delle persone: la famiglia, le relazioni, l’educazione, il senso di appartenenza. Creerei adulti sempre più stanchi, genitori sempre più assenti, famiglie capaci di condividere lo stesso spazio ma sempre meno tempo.
Metterei uno smartphone nelle mani dei bambini il prima possibile e farei in modo che la loro identità venisse costruita sempre più attraverso ciò che vedono online e sempre meno attraverso il rapporto con le persone che li circondano. Trasformerei lentamente la casa da luogo di relazione a semplice luogo nel quale persone diverse dormono sotto lo stesso tetto.
Poi alimenterei il risentimento, la sfiducia e l’idea che qualsiasi legame sia sostituibile. Farei credere che ogni relazione possa essere abbandonata non appena diventa difficile e che ogni responsabilità personale rappresenti un limite alla propria libertà. Perché una persona senza radici è inevitabilmente più fragile, e una generazione che non sa più bene chi è, da dove viene e a cosa appartiene diventa inevitabilmente più semplice da influenzare.
6. Far passare il vizio come libertà e il comfort come successo
L’ultimo punto è probabilmente quello che racchiude tutti gli altri. Cambierei il significato delle parole. La disciplina diventerebbe oppressione, l’autocontrollo repressione, il sacrificio qualcosa da evitare, la fatica una seccatura e l’attesa qualcosa di insopportabile. Al contrario, trasformerei il soddisfacimento immediato di qualsiasi impulso nella massima espressione della libertà.
Vuoi qualcosa? Devi averla subito. Vuoi mangiare? Un click. Vuoi comprare? Un click. Vuoi divertirti? Un click. Vuoi una gratificazione? Un click. Costruirei un mondo interamente organizzato intorno al comfort: sempre meno fatica, sempre meno attesa, sempre meno frustrazione, sempre meno disciplina. E convincerei le persone che questa sia la forma più alta di progresso.
Solo che esiste un problema: le cose più importanti della vita continuano a funzionare esattamente al contrario. Per costruire un’impresa serve sacrificio. Per diventare bravi in qualcosa serve disciplina. Per allenarsi serve fatica. Per educare un figlio serve pazienza. Per costruire una relazione serve tempo. Per mantenere una promessa serve autocontrollo. Per raggiungere un risultato bisogna quasi sempre rinunciare a qualcosa.
Forse la più grande forma di schiavitù non è essere costretti a fare qualcosa. È non essere più capaci di dire di no ai propri impulsi. Ed è una schiavitù particolarmente efficace perché può essere vissuta come libertà.
La parte più inquietante? Non serve nessun demonio
Rileggendo questi sei punti è facile pensare a una teoria complottista, a qualcuno che controlla tutto o a un sistema costruito appositamente per manipolarci. Io non credo sia questo il punto. La parte realmente inquietante è un’altra: non serve necessariamente nessun demonio.
Molti di questi meccanismi li stiamo costruendo e alimentando noi, ogni giorno, attraverso le nostre scelte, il nostro tempo, la nostra attenzione, il modo in cui utilizziamo la tecnologia, il modo in cui educhiamo i nostri figli, il modo in cui discutiamo e il modo in cui costruiamo le nostre relazioni.
La tecnologia non è il nemico. I social non sono il nemico. L’intelligenza artificiale non è il nemico. Il comfort non è il nemico. Il problema nasce quando smettiamo di controllare gli strumenti e iniziamo a essere controllati dalle nostre abitudini.
Ed è anche per questo che continuo a credere così tanto nelle community reali, nello sport, nelle associazioni, negli eventi e in tutti quei luoghi nei quali le persone tornano fisicamente insieme. Perché correre con qualcuno è diverso dal seguirlo. Parlargli è diverso dal commentarlo. Condividere una fatica è diverso dal mettere un like. Far parte di una comunità significa sentirsi responsabili anche di qualcun altro.
Forse oggi il vero gesto rivoluzionario non è spegnere Internet. È molto più semplice: riuscire ancora a spegnere il telefono, sedersi a tavola, parlare, ascoltare, accettare di annoiarsi, fare fatica, cambiare idea, prendersi cura di qualcuno, guardare negli occhi una persona e scegliere consapevolmente dove mettere il proprio tempo.
Perché forse è proprio lì che si gioca la nostra libertà. Non nella possibilità di fare tutto ciò che vogliamo, ma nella capacità di non diventare schiavi di tutto ciò che desideriamo.
E voi cosa ci leggete dietro tutto questo?
