Se tu fossi il demonio e volessi distruggere l’umanità senza usare la forza, cosa faresti?
Quando uno Stato decide di intervenire sull’utilizzo dei social network da parte dei più giovani significa che il problema ha ormai raggiunto dimensioni tali da non poter più essere ignorato.
La Francia ha scelto una strada netta: vietare l’accesso ai social ai minori di 15 anni, lasciando però ai genitori la possibilità di autorizzarlo. Una decisione che ha acceso il dibattito in tutta Europa e che ci porta a una domanda molto semplice: chi deve educare i nostri figli all’utilizzo della tecnologia?
Personalmente considero questa scelta un segnale importante, ma non sufficiente. Se basta un clic di un genitore per aggirare il divieto, allora il problema non è più la legge. Il problema siamo noi adulti.
I numeri raccontano una realtà preoccupante
Negli ultimi anni psicologi, pediatri e neuropsichiatri hanno lanciato più volte l’allarme. L’età del primo smartphone continua ad abbassarsi e aumentano i casi di bambini di 8 o 9 anni che manifestano forme di dipendenza dal cellulare e dai social.
Non stiamo parlando semplicemente di ragazzi che passano troppo tempo davanti a uno schermo. Parliamo di disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, ansia, isolamento sociale, bisogno continuo di approvazione attraverso i “like” e crescente incapacità di gestire la noia. Proprio la noia, che per generazioni è stata il punto di partenza della creatività, oggi viene riempita da uno schermo.
Abbiamo costruito una società che passa dallo smartphone
C’è però un aspetto di cui si parla troppo poco.
È facile dare la colpa ai social. È facile accusare i genitori. Ma sarebbe poco onesto non ammettere che questa società l’abbiamo costruita noi.
Negli ultimi quindici anni abbiamo digitalizzato praticamente qualsiasi esperienza. Vuoi vedere una figurina prendere vita con la realtà aumentata? Inquadra il QR Code con lo smartphone. Vuoi partecipare a un concorso? Scarica l’app. Vuoi accumulare punti fedeltà? Usa l’app. Vuoi prenotare un’attività? Usa l’app.
Perfino molti giochi pensati per bambini di quattro o cinque anni passano ormai attraverso uno schermo. Basta un dito per colorare il personaggio preferito, ricevere una ricompensa virtuale o completare un livello.
Per anni abbiamo definito tutto questo innovazione. E in parte lo è davvero. Oggi però iniziamo a vedere anche gli effetti collaterali. La continua ricerca di notifiche, premi e stimoli immediati rischia di modificare il modo in cui i più piccoli imparano ad affrontare il tempo, l’attesa e persino le relazioni.
Il problema, quindi, non nasce con TikTok o Instagram. Nasce molto prima, quando abbiamo iniziato a pensare che qualsiasi esperienza dovesse necessariamente passare da uno smartphone.
La tecnologia non è il nemico
Sarebbe sbagliato trasformare questa riflessione in una guerra contro la tecnologia.
Lo smartphone è uno strumento straordinario. Permette di imparare, lavorare, comunicare, creare e condividere conoscenza.
Il problema nasce quando diventa l’unico modo con cui un bambino vive il proprio tempo libero. Quando una chat sostituisce una partita a pallone. Quando uno schermo sostituisce uno sguardo. Quando uno scroll infinito prende il posto di una passeggiata nel parco o di una chiacchierata con gli amici.
La tecnologia deve essere un mezzo, non il luogo in cui si svolge tutta la vita.
La responsabilità è prima di tutto degli adulti
La parte che più mi fa riflettere della legge francese è proprio questa: lascia ai genitori la possibilità di autorizzare comunque l’accesso ai social.
È qui che emerge il vero paradosso.
Se il problema nasce anche dalla difficoltà degli adulti nel porre dei limiti, demandare agli stessi adulti la decisione finale rischia di svuotare la legge del suo significato.
Sono gli adulti a decidere quando regalare il primo smartphone. Sono gli adulti ad autorizzare un profilo social. Sono gli adulti, spesso, a dare il cattivo esempio controllando continuamente il telefono durante una cena, una passeggiata o mentre parlano con i propri figli.
Educare significa anche avere il coraggio di dire qualche volta “no”, anche quando è la scelta più difficile.
La risposta è creare esperienze vere
È proprio da questa riflessione che nasce la visione di EMMO.
Da sempre crediamo che il benessere non sia soltanto individuale, ma soprattutto collettivo. Per questo organizziamo eventi che riportano le persone fuori di casa, nelle piazze, nei parchi, lungo le strade delle città.
Eventi che fanno incontrare perfetti sconosciuti, trasformandoli in compagni di cammino, di corsa e di vita.
Perché una community non nasce da un algoritmo.
Nasce da uno sguardo.
Da una stretta di mano.
Da una risata condivisa.
Dalla fatica vissuta insieme.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita straordinaria delle community sportive, dei gruppi di cammino e delle running crew. Non è una moda. È il segnale che le persone stanno cercando qualcosa che il mondo digitale, da solo, non può offrire: appartenenza, relazioni autentiche ed esperienze condivise.
La vera sfida è culturale
Credo che la decisione della Francia sia molto più di una semplice legge sui social network.
È il riconoscimento che le prospettive future di queste nuove generazioni stanno diventando motivo di seria preoccupazione. Ragazzi sempre più connessi, ma spesso sempre meno abituati a vivere il mondo reale, a confrontarsi con gli altri, ad affrontare la noia, a costruire relazioni profonde.
Per questo nessuna legge, da sola, potrà risolvere il problema.
Serve una rivoluzione culturale che riporti al centro il valore del tempo condiviso, dello sport, del gioco libero, delle piazze, delle esperienze vissute insieme.
Una riflessione finale
Forse la vera domanda non è se un ragazzo di 14 anni debba avere un profilo social.
La domanda è un’altra.
Che ricordi vogliamo lasciare ai nostri figli?
Quelli costruiti davanti a uno schermo o quelli vissuti correndo, giocando, camminando, esplorando, sbagliando e crescendo insieme agli altri?
Perché il futuro delle nostre comunità non si costruisce con un algoritmo.
Si costruisce creando occasioni di incontro.
Ed è esattamente questa la direzione in cui, ogni giorno, EMMO prova a camminare.
