Se tu fossi il demonio e volessi distruggere l’umanità senza usare la forza, cosa faresti?
Cammini, ciclovie, sport, enogastronomia e cultura possono trasformare un territorio in un’economia permanente. A patto di smettere di pensare ai singoli interventi e iniziare a progettare un sistema.
Cosa significa turismo lento?
Per me significa prima di tutto vivere un luogo.
Significa scoprirne le bellezze artistiche e culturali, attraversarne i paesaggi, assaggiarne i prodotti, conoscere le persone che ci vivono. Significa entrare in una chiesa, fermarsi in una cantina, visitare un caseificio, attraversare un borgo, scoprire una vecchia stalla abbandonata o semplicemente fermarsi davanti a un panorama che probabilmente non avremmo mai visto passando di lì in automobile.
E solitamente tutto questo lo facciamo nel modo più semplice possibile: camminando o pedalando.
Il turismo lento non è quindi soltanto un modo diverso di spostarsi. È un modo diverso di conoscere un territorio.
E credo che proprio da qui passi una parte importante del futuro del turismo italiano.
Una pista ciclabile non basta
Negli ultimi anni abbiamo iniziato a parlare sempre più spesso di ciclovie, cammini, sentieri e turismo outdoor. Ed è sicuramente un passo avanti.
Ma costruire una pista ciclabile non significa automaticamente aver creato un progetto di turismo lento.
Il vero salto culturale avverrà quando inizieremo a pensare al territorio come a una rete di esperienze collegate tra loro.
Immaginiamo una camminata che attraversa alcuni dei luoghi più iconici di una zona. Lungo il percorso incontriamo un caseificio, una cantina, una pieve, un borgo, un produttore agricolo, un ristorante, un museo, un vecchio mulino.
A quel punto quella camminata non è più semplicemente un percorso di dieci chilometri.
È diventata un’esperienza.
Ed è proprio questa, secondo me, la parola fondamentale: esperienza.
Il giorno successivo quello stesso turista dovrebbe poter trovare un altro percorso. E il giorno dopo ancora un altro. Una passeggiata dedicata ai castelli, un percorso tra le aziende agricole, un giro delle cantine, un itinerario delle pievi, un percorso naturalistico, un tracciato per famiglie, uno per runner, uno più lungo per chi vuole pedalare per quattro o cinque ore.
È così che un territorio smette di essere un luogo da attraversare e diventa una destinazione nella quale fermarsi.
I numeri dicono che la domanda esiste già
Non stiamo parlando di una nicchia destinata a pochi appassionati.
Uno studio ENIT, Touring Club Italiano e Ipsos ha individuato in Italia oltre 100 cammini per circa 30.000 chilometri complessivi e ha stimato in circa 3,6 milioni gli italiani interessati al turismo lento, tra persone che lo hanno già praticato e persone intenzionate a farlo.
Ancora più interessante è osservare cosa accade nei nostri principali mercati turistici: i potenziali praticanti diventano 4,8 milioni in Francia, 5,6 milioni in Germania e 7,1 milioni nel Regno Unito. E per questi mercati l’Italia risulta una delle destinazioni più desiderate per una vacanza slow.
Significa che abbiamo già una domanda enorme e, soprattutto, abbiamo probabilmente uno dei territori più adatti al mondo per soddisfarla.
Abbiamo montagne, colline, laghi, coste, borghi, città d’arte, campagne, prodotti tipici, vini, tradizioni e migliaia di piccoli paesi.
Quello che spesso manca non è la materia prima.
Manca il sistema.
Il turismo lento genera economia
Uno degli errori più grandi sarebbe considerare queste infrastrutture semplicemente come un costo per le amministrazioni.
Un percorso ben progettato può generare economia per anni.
Il cicloturismo italiano ne è una dimostrazione molto concreta. Secondo il rapporto 2026 di Isnart-Unioncamere e Legambiente, nel 2025 in Italia sono state stimate circa 49 milioni di presenze cicloturistiche, con un impatto economico di circa 6,4 miliardi di euro sui territori.
Un cicloturista su due abbina inoltre la bicicletta alla scoperta del patrimonio artistico, culturale ed enogastronomico.
Ed ecco che torniamo al punto di partenza.
La bicicletta non è il prodotto.
Il sentiero non è il prodotto.
Il territorio è il prodotto.
La bicicletta e il cammino sono semplicemente gli strumenti attraverso i quali lo scopriamo.
E quando questo accade l’economia si distribuisce: alberghi, B&B, appartamenti, ristoranti, bar, negozi, noleggiatori di biciclette, guide, aziende agricole, produttori tipici e attività commerciali.
Anche chi cammina genera una filiera economica molto più ampia di quanto siamo abituati a pensare. I dati raccolti sui camminatori in Italia mostrano che una parte rilevante cena nei ristoranti durante il viaggio, dorme in B&B, appartamenti, alberghi o agriturismi e acquista prima della partenza libri, guide, abbigliamento, attrezzatura e calzature.
Molti camminatori, inoltre, una volta raggiunta la destinazione aggiungono altri giorni di vacanza.
Questo è turismo.
E questo è business per il territorio.
Guardiamo cosa succede in Germania
La Germania ci offre un altro esempio molto interessante.
Secondo i dati dell’ADFC relativi al 2025, decine di milioni di adulti tedeschi utilizzano la bicicletta durante le vacanze o il tempo libero e il valore complessivo legato al cicloturismo e alle escursioni in bicicletta raggiunge cifre nell’ordine delle decine di miliardi di euro.
Ma c’è un dato che trovo ancora più interessante.
Chi compie una vera vacanza in bicicletta, con più pernottamenti, rimane mediamente diversi giorni sul territorio e sostiene una spesa quotidiana significativa per alloggio, ristorazione, servizi e attività.
Inoltre l’espansione delle e-bike ha reso accessibili percorsi più lunghi o collinari anche a chi non possiede una preparazione atletica particolare.
Questo cambia completamente il modo di pensare il turismo sportivo.
Non stiamo più parlando soltanto del ciclista allenato con la bici da corsa.
Parliamo di famiglie, coppie, adulti, persone meno allenate, giovani e anziani.
La tecnologia ha ampliato enormemente il pubblico potenziale.

